Le parole del matrimonio tra il gusto e i sensi

Parte terza.

L’origine dell’abbinamento tra matrimonio e alimenti dal gusto dolce si perde nella notte dei tempi come raccontano le parole del matrimonio. E non, come qualcuno potrebbe pensare, a titolo risarcitorio anticipato di questo importante passo della vita. L’unione rituale di due persone, due corpi e un’anima, è da sempre, in tantissime culture diverse, suggellato dall’uso abbondante e in varie forme di zucchero e di miele. Alimenti che oggi sappiamo avere la proprietà di far saltare subito i valori di chi soffre di glicemia ma le cui proprietà nutritive sono note, invece, da tempi immemori. Tradizioni culturali, usi popolari e costumi locali dei diversi territori danno vita a storie di dolcezza matrimoniali tutte da conoscere.

Cominciamo dalla TORTA NUZIALE servita alla fine del lauto banchetto di matrimonio. I vari piani da cui è formata rappresentano l’alternarsi di momenti buoni e difficoltà; il fatto che nel servirla si proceda salendo forse qualcosa potrebbe suggerirci. La prima fetta la tagliano i neosposi impugnando insieme il manico del lungo coltello; un’operazione in cui l’uomo mette maggiore pressione sulla punta dello strumento che intacca l’integrità della torta mentre la donna, con la mano su quella dell’uomo, spinge di più nell’affondo del taglio verso il bordo esterno. Un’evidente simbologia che crediamo non abbia bisogno di spiegazioni. La forma più diffusa di tale dolce è quella tonda – come le fedi – simbolo di protezione dal Cielo. Il suo colore più classico, il bianco, evidenzia sia la purezza della sposa sia la ricchezza della sua famiglia perché bianco è lo zucchero, un tempo veramente molto costoso.

Passiamo ora, ben sazi, al termine del ricevimento e per le parole del matrimonio più usate troviamo i CONFETTI. Già ai tempi dell’antica Roma era in uso distribuire pezzetti di frutta secca avvolti nel miele; circa nel 700 d.C. gli arabi introducono lo zucchero di canna in Europa e anche il confetto prende lentamente le forme più moderne che conosciamo oggi. A metà del Trecento Boccaccio cita i confetti nella quinta novella del Decamerone. Nel Rinascimento, l’uso di “chicchi” dorati e confettati lo troviamo nelle cronache del matrimonio tra Beatrice d’Este e Ludovico il Moro. Nel diciottesimo secolo si afferma lo zucchero da barbabietola, quando tutti i più famosi scrittori italiani dell’epoca citano i confetti nelle loro opere. Sempre in numero dispari, i confetti – bianchi per matrimoni e rosa o celesti per le nascite (battesimi) – sono simbolo di fortuna e prosperità.

Quella prosperità che agli sposi si augura fin da subito e che, sempre secondo la tradizione, potrebbe manifestarsi già dal viaggio tipico del dopo cerimonia: la cosiddetta LUNA DI MIELE. La luna è intesa come riferimento temporale di durata e il miele come alimento ricostituente che reintegra le forze spese nella ricerca di quella prosperità da tutti augurata. Le usanze stratificate dal tempo e le parole del matrimonio oggi sono messe alla prova dal politically correct, dalla parità di genere, dalle necessità della vita moderna. Forse possiamo dire che da un punto di vista romantico il richiamo al passato è una dolce illusione che si riveste del gusto di maggior determinazione e consapevolezza da parte degli sposi.

A cura de il NETWORK | testo Andrea Franchini | foto Corrado Bonora

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