La cucina romana e il Papa nei sonetti del Belli

La cucina romana nei sonetti del Belli oltre a divertirci ci fa comprendere di più la storia di un popolo. Giuseppe Gioachino Belli (1791 – 1863) oltre a varie opere letterarie e teatrali scrisse 2279 sonetti, per circa trentaduemila versi. Cioè più del doppio della Divina Commedia di Dante.

Scritti in un breve e frenetico arco di tempo, i sonetti sono spesso accostati al genere della proverbialistica”. Perché ritraggono in dettaglio la filosofia dei “Romaneschi” del tempo. Romaneschi da non confondersi con i “Romani”, categoria alla quale Belli dichiarava di appartenere. Dopo una giovinezza travagliata, anche economicamente, nel 1816 riesce a ottenere un buon impiego “statale” nell’allora Stato Pontificio. Di giorno, quindi, austero impiegato papalino; di notte ironico fustigatore di costumi, anche della religione e della sua Autorità. In vita, i sonetti ebbero una circolazione molto limitata e controllata; ne sarebbe andato del suo lavoro. E forse della sua stessa vita.

Giuseppe Giachino Belli

Un ritratto caustico del Papa alla luce della cucina del tempo

Dalla “Cuscina der Papa”: l’abbondanza di cibo.

Che ccuscina! Hai da dí pporto de mare.
Pile, marmitte, padelle, callare,
cossciotti de vitella e de vaccina.
Polli, ova, latte, pessce, erbe, porcina,
caccia, e ’ggni sorte de vivanne rare.

Da “Er Papa Michelaccio”: i piaceri della tavola senza limiti.

 “Ho fatto tanto pe arrivà ar Papato,
che mmó a la fine che cce sò arrivato
Io me lo vojjo godè in zanta pasce.
Vojjo bbeve e mmaggnà ssino c’ho ffato:

“Li connimenti”: i peccati di gola.

Sì, è bona la cucina co’ lo strutto.
Anzi, lo strutto er barbiere m’ha detto
ch’è un condimento che fa bene ar petto
come fa er pepe c’arifresca tutto.
S’adatta ali crostini cor presciutto…
ar pollame, all’arrosto de lombetto…
a lo stufato… all’umido… ar guazzetto.
Ma adoprallo in ner fritto è un uso brutto.
Vòi frigge er pesce co’ lo strutto? Eh, zitto.
Er pesce fritto in nell’ojo va cotto:
l’ojo è la morte sua p’ er pesce fritto.
Che magnà da stroppiati! Io ne so matto.
E guarda er Papa che davero è ghiotto:
ce se lecca li baffi come un gatto.

Il Belli, in punto di morte, avrebbe voluto che tutti questi scritti “clandestini” fossero dati alle fiamme. Il figlio non lo fece, consegnando quest’opera originalissima e preziosa alla fama eterna.

A cura de il NETWORK | testo Andrea Franchini  | foto Ezio Bocci

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